Splendida serata, al Tennis Club Parioli.

Era già intrigante il titolo del libro di Giacomo Galeazzi e Gian Franco Svidercoschi, “Chi ha paura di Giovanni Paolo II?”. Ma dalle risposte che sono state date, a quell’interrogativo volutamente provocatorio, è via via emerso un quadro straordinario – e, spesso, con aspetti inediti – di Karol Wojtyla.

Primo Papa non italiano dopo 456 anni, polacco, e che veniva perciò da oltre la cortina di ferro, quando l’Europa era ancora divisa, e due potenze geopolitiche e militari si contendevano il controllo sul mondo. Un Papa che, nel primo viaggio in Messico, cambiò completamente l’immagine tradizionale di una Chiesa, di volta in volta, legata al potere temporale o in contrasto con questo potere.

“La Chiesa vuole mantenersi libera di fronte agli opposti sistemi, così da optare solo per l’uomo”. Dunque, fin da subito, un Papa controcorrente. Un Papa – come ha affermato lo storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio – difficile da ricordare nella sua grandezza ma anche nella sua complessità. Tradizionalista e, insieme, innovatore, quasi “eversivo”. Mistico, profondamente mistico, ma anche, senza che lo volesse, grande politico. “Forse l’unico Papa politico che è stato vincente. E per come ha contribuito alla caduta del Muro, alla rivoluzione del 1989, avvenuta in modo incruento, ha ribaltato per ciò stesso il paradigma rivoluzionario del 1789”. E poi, ha continuato il prof. Riccardi, un Papa difficile da ricordare perché, a ricordarlo, verrebbe da raccontare che “dopo le aquile sono arrivate le galline”. E cioè, verrebbe da raccontare “la rassegnazione con la quale una parte preponderante della classe dirigente ecclesiale vive il nostro tempo”. Prima del Giubileo del Duemila, Giovanni Paolo II chiese a tutti i vescovi come fosse stato applicato il Concilio nelle loro diocesi. Nessuno rispose. Nell’invito del Papa c’era, implicita, la proposta di un profondo rinnovamento della Chiesa; e invece l’episcopato mondiale oppose un blocco. “Un blocco che dura ancora oggi”.

Di conseguenza, un Papa molto contestato. Già all’inizio, anche in Italia, in larghi settori dell’episcopato e del clero. E poi specialmente nella Curia romana. Quando si inventò l’Incontro mondiale di preghiera per la pace ad Assisi, riunendo i rappresentanti di tutte le Chiese e le religioni, l’ex Sant’Offizio gli impose di modificare il suo discorso (perché, dicevano, sembrava essere diventato il “presidente delle religioni”), e l’allora prefetto del dicastero, il cardinale Joseph Ratzinger non presenziò significativamente all’evento. E i rapporti con mons. Romero, all’inizio difficili (“il segretario di Stato mi ha detto che era filocomunista”, raccontò Wojtyla), ma cambiati radicalmente dopo l’assassinio del presule sull’altare. E il Papa volle inserirlo nell’elenco dei martiri, nella cerimonia giubilare al Colosseo.

Insomma, un grande Papa, amato dal popolo. E fu Ratzinger, ovviamente, il suo successore. “E’ morto il padre ma c’è lo zio”, ha commentato spiritosamente Riccardi, che però ha terminato con una osservazione critica. “Dando le dimissioni, Benedetto XVI ha segnato la fine della devozione al Papa”.

Un quadro a forti tinte, si diceva, e che è stato poi corredato dagli interventi degli altri due presentatori del libro. Il cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo emerito di Ancona - Osimo, ha voluto analizzare i vari aspetti della “grandezza” di Giovanni Paolo II: la spiritualità, la fede coraggiosa, la riforma postconciliare, l’amore per i giovani, la misericordia, il dialogo con le religioni. Wojtyla, ha detto il cardinale, era santo già in vita e, insieme, era un uomo vero: testimone dell’Incarnazione e, nello stesso tempo, della Resurrezione. Silvia Costa, già europarlamentare, ha sottolineato la profonda attenzione di papa Wojtyla verso la donna, il “genio femminile”. Come del resto confermò nella straordinaria lettera inviata in occasione della Conferenza dell’Onu a Pechino: un parlare direttamente alle donne, perché si prendessero cura dell’uomo, del creato, ed esprimessero finalmente il loro protagonismo. E quindi, portando la sua esperienza politica, e rifacendosi al 30° anniversario della caduta del Muro, la Costa si è chiesta se, l’Europa di oggi, possa davvero considerarsi l’Europa che Giovanni Paolo II voleva. E la risposta, decisamente critica, è venuta dalla constatazione di come sia ancora così difficile il dialogo tra le due Europe. Come dire che è mancata una vera riunificazione, fondata sulle radici cristiane e su una identità comune. “Questo è ancora un lavoro da fare”.